VERSO ITACA


 

 
 
 

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Ad un certo punto, quando eravamo ad Antakya,
abbiamo avuto le vertigini:
era l’ ebrezza dell’esilio e dell’abbandono volontario,
o forse era vedere i corpi dei morti intorno a noi, ancora belli e dorati in quei mattini luminosi.

Quel ragazzo diceva di volersi salvare a tutti i costi,
perché era stato troppo tempo a letto con il mal d’amore.
Lo diceva mentre guardava i miei libri, i fiori, la mia stanza modesta.

Era diversamente bello, come qualcosa di grave,
come un uomo che aspetta da sempre la guerra.

“Allora vai” gli dissi “Lascia a me l’esilio, volgi il tuo viaggio verso Itaca.
Visita i fiori con le farfalle che troverai al tuo arrivo,
Da lì, voltandoti indietro, potrai vedere la mia tristezza immensa.

Durante il viaggio moriranno i tuoi affetti,
i tuoi dolori, le incudi dell’ anima.
Nulla resterà di questi ricordi, neanche di me.

L’ebrezza e l’arroganza che ti appartengono, però, tenta di conservarle.
Sforzati di tenerle vive, come adolescenti dispettose.
Come le ultime rondini che si attardano quando devono migrare.

Non ricorderò più il tuo viso ma ti riconoscerò tra quei fiori.
E so che mi verrà da ridere nel rivedere le tue pupille,
dopo mille anni d’esilio.
Aspettami ad Itaca.

 


 

 

 

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