Sulla strada giusta


 

 
 
 

Qualcuno, da qualche parte nel mondo, un giorno disse che anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo.

È una frase semplice, scontata, ovvia. Eppure sono poche le persone che riescono davvero a comprendere e a credere in questo concetto, che riescono davvero a concentrare la loro totale attenzione sul passo che stanno facendo, distogliendolo dalla meta finale. Siamo troppo impegnati a guardare avanti, a pensare sempre in grande, che poi inciampiamo nella prima buca che avevamo proprio sotto il naso rinunciando, considerando quella destinazione impossibile da raggiungere, rimanendo così nel nostro piccolo spazio dal quale volevamo, invece, evadere. Con la conseguenza che quel nostro piccolo spazio ci sembrerà ancora più piccolo, più stretto, claustrofobico, proprio perché, dopo il fallimento, tenderemo a pensare ancor di più di essere condannati a rimanervici, con il demone del per sempre che ci perseguiterà fintantoché continueremo a pensare in questo modo. Conosco bene questa sensazione, mi ha soffocato per diversi momenti della mia vita e vi garantisco che non è piacevole, affatto.

Questa settimana non ho scritto nemmeno una pagina di diario, non ho letto nemmeno una pagina di libro, non ho fatto nemmeno una passeggiata fuori con il cane: ho lavorato. E basta. Altri cinque giorni della mia vita completamente buttati nel cesso, in attesa di questo weekend che è appena cominciato. Ho iniziato un corso carino di inglese base, quello sì, così come ho iniziato al pc il corso di Google sul mondo digitale, perché ho capito che la ricchezza è tutt’altro rispetto ai soldi (e di questo parlerò in una delle prossime pagine di diario), con il quale interagisco direttamente dallo smartphone, che sto facendo a pezzi e bocconi nei momenti della giornata più improbabili, anche fosse solo per cinque minuti, ma, a parte questo, ho praticamente vissuto dal lunedì al venerdì nella totale alienazione e lontananza da me stesso. Che è la cosa che più di tutte odio.

Perché ho detto questo? Per far capire meglio, o forse per capirlo meglio io, che se vogliamo ingrandire il nostro spazio, se vogliamo uscire al mondo (mi piace un sacco dire “uscire al mondo”), non dobbiamo fissarci sulla meta giusta, non dobbiamo pensare troppo a quella ipotetica situazione finale che ci siamo costruiti nella testa, talmente lontana da noi da metterci solo paura (evviva l’amigdala!), costringendoci ad ancorarci ai vecchi santi e alle vecchie abitudini, ma dobbiamo letteralmente prenderci di peso e buttarci sulla strada giusta. Che poi potrebbe avere e avrà certamente tutti i problemi di questo mondo, ma sarebbero problemi che affronteremo ad uno ad uno, sicuri di essere nella giusta direzione, là dove dovremmo essere, e non ci faremo abbattere da un progetto talmente grande da sembrarci utopistico, un progetto che ci porterebbe ad abdicare ancor prima di iniziare.

Con questo non voglio dire che non dovremmo avere progetti, ci mancherebbe, mi sembra di averlo anche già spiegato in un’altra pagina di diario, se non ricordo male, ma che semplicemente ritengo preferibile pensare molto di più ad ogni singolo passo, semplice, piccolo, facile da compiere, che ci possa far proseguire in quella direzione, piuttosto che alla destinazione finale.

Che poi, se ci pensiamo, quanto è triste avere una destinazione finale? Quanto è penoso guardare talmente tanto verso quella ipotetica meta da perdersi tutto il paesaggio intorno a noi durante il cammino? Quanto è deprimente, qualora eventualmente ce la facessimo, sentirsi arrivati? Cosa faremmo dopo se il nostro progetto è finito? E se non raggiungessimo mai il punto?

No, per me non è più così. La vita è movimento continuo, è viaggiare, andare avanti, non avere mete, è camminare.

Sulla strada giusta.

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