Sperlinga. Rocca nella roccia


 

 
 
 

Dicono che da qualche parte si debba cominciare. Ed io scelgo di iniziare il mio percorso esplorativo lontano dagli stereotipi siciliani fatti di templi greci, coste soleggiate e arsura estiva. Scelgo di iniziare in autunno, quando le giornate sono fresche e velate di malinconia, quando le campagne tornano verdi per le piogge. Di più. Scelgo di iniziare dal centro dell’Isola, dal suo cuore fatto di alture, boschi e valli.

La prima tappa è Sperlinga, piccolo borgo posto a cerniera tra la Sicilia occidentale e quella orientale, in cui la vista delle Madonie e dei Nebrodi si fonde in un unico, sconfinato abbraccio.

La macchina si muove lenta per le curve della strada che porta a questo paesino della provincia di Enna, dominato da una fortezza incastonata all’interno di un’alta rupe d’arenaria, ai piedi della quale sorge l’abitato.

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Il nome parla chiaro: Sperlinga deriva dal greco spelynx, poi latinizzato in spelunca, ovvero “grotta”. Tanto il centro abitato che il territorio circostante, infatti, è punteggiato di siti rupestri, occupati fin dalla preistoria come sepolcri o case.

Il mio amico Jean-Pierre Houël vi si imbattè quasi per caso, su suggerimento di alcuni viaggiatori suoi conterranei che ne suggerirono una visita per “amor di patria”. È qui infatti che, durante i Vespri del 1282, un manipolo di Angioini venne accolto dagli abitanti e per oltre un anno resistette agli attacchi delle truppe aragonesi.  A rendere la memoria dell’episodio eterna, un’iscrizione posta qualche secolo più tardi all’ingresso del castello. Recita: “Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit”, vale a dire che Sperlinga fu l’unica città in Sicilia a opporsi alla rivolta contro i Francesi.

Ma Houël non fu il solo a meravigliarsi di fronte a questo spettacolo. Negli anni Trenta anche l’olandese Maurits Cornelis Escher si ferma a Sperlinga, dedicando al castello una suggestiva litografia.

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M. C. Escher, Cave dwellings near Sperlinga, 1933. National Gallery of Canada

E, più tardi, lo scrittore Elio Vittorini dedica al paese un bellissimo passaggio nel suo “Le città del mondo”.

In quel preciso momento il padre e il figlio che camminavano scalzi lungo la strada delle Madonie, una cinquantina di chilometri più a nord-ovest, erano arrivati in vista della città di Sperlinga. […] “Pensa che la piazza è proprio lì davanti” gli disse. “E che la gente fa il passeggio lì davanti. E che la musica suona lì davanti. E che i fanciulli giocano lì davanti….” Il bambino lo guardò sentendolo parlare di fanciulli che giocavano, e lui si affrettò a soggiungere: “Come se fosse una chiesa o il municipio, con quella sua altezza a picco di cento e più metri…”. […] L’imperturbabile Nardo si girò nelle braccia del padre. Voleva rimettere i piedi a terra? Il padre lo lasciò fare, chinandosi poi sopra a lui per parlargli ancora. “E credo che sia una delle più fiere città che esistano al mondo. Sicuro Nardo; credo che sia lei; credo che sia la potente Tebe; quella di cui ti ho raccontato, che riuscì a liberarsi per opera di un re chiamato Edipo dal dominio di un mostro metà donna e metà leonessa ch’era chiamato la Sfinge. Perché la rupe che la sovrasta ha tutta l’aria d’essere precisamente la rupe dove la Sfinge aveva la sua spelonca…” Nardo si voltò a chiedergli: “Su in cima?” Ma conservava la sua aria pensosa e impenetrabile. E invano il padre gli parlò di altri fatti straordinari che rendevano la città, a suo giudizio, illustre e degna d’essere scelta per dimora.

In effetti, l’attrazione principale di Sperlinga è il suo mastio in parte scavato nella balza di pietra, vera e propria rocca nella roccia. Avamposto militare in epoca bizantina e islamica, venne poi cinto di mura merlate in epoca normanna.

Percorro i gradini che conducono alla fortezza, un tempo protetta da un ponte levatoio. Varco la soglia e mi aggiro per quelli che furono gli spazi e le sale signorili, un tempo illuminate da bifore in parte andate perdute. Mi spingo fino alla chiesetta del palazzo, per penetrare, attraverso una nuova scala, all’interno di scuderie, celle carcerarie e forgerie rupestri. Non manca nulla: ci sono anche grandi cisterne collegate a un sistema di canalizzazione delle acque, e magazzini per lo stoccaggio di merce e cibo. Una vera e propria architettura in negativo, fatta di sottrazioni anziché addizioni.

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Mi arrampico nuovamente verso le parti alte della fortezza. I ripidi gradini non sono finiti. Continuano con una nuova serie, interamente intagliata nella roccia. Mi conducono alle strutture difensive superiori e a quanto rimane delle torri d’avvistamento. La vista e l’aria pura che si godono da quest’altura mi ripagano della fatica dell’ascesa.

Passo ad esplorare il borgo di Sperlinga, adagiato ai piedi della rocca. Mi aggiro per vicoli e viuzze, tra nuove case e vecchie dimore in grotta. Da qualche finestra sventolano panni stesi ad asciugare; abiti neri da lutto, strofinacci e vecchie calze: sembra il vessillo di un paese decadente. Ed in effetti, non sono molte le persone in cui mi imbatto durante le mia passeggiata. Mi spingo fino al centro, rappresentato dalla Chiesa Madre, il cui alto campanile svetta sui tetti rossi delle case. Non molto distante da lì, c’è un piccolo museo dedicato alla tessitura, dove un’anziana signora, conosciuta da tutti come zia Antonia, mi mostra in che modo veniva usato il telaio a pettine liccio per la realizzazione delle frazzate, i tappeti artigianali caratteristici di Sperlinga.

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Mi viene detto che il paese, per quanto suggestivo, sta lentamente morendo, come capita a tanti altri piccoli centri disseminati in Italia. Luoghi del genere sono affascinanti e pittoreschi, ma non sembrano offrire stimoli alle nuove generazioni, che li osservano con scetticismo e disincanto, un po’ come il piccolo Nardo del brano di Vittorini. Un vecchio signore seduto a godersi il sole chiacchiera con me: mi dice che a Sperlinga di abitanti ne sono rimasti meno di 800, ormai. Ha una parlata strana, diversa dal siciliano a cui sono abituato. Mi spiega che il dialetto di questa zona appartiene al ceppo gallo-italico, eredità di quelle genti lombardi, francesi e liguri che occuparono questo territorio dopo la conquista normanna.

Guardo un’ultima volta il gigante di pietra, le sue mura merlate stagliarsi in un cielo vestito d’azzurro sgargiante. È un posto magico, senza tempo, Sperlinga. Addentrarsi nei suoi vicoli, penetrare i cunicoli del suo vecchio mastio, ti porta indietro nei secoli, nei millenni; ti precipita nel passato. E al futuro, ci penso?

Ci provo sì, ma non riesco. Addento un pezzo di tortone, il frittellone dolce tipico di questa zona, regalo della signora Luisa, incontrata stamattina in paese. Il futuro per Sperlinga? Io voglio immaginarlo dolce. Proprio come questa frittella.

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