Si(kh)uro di star bene…


 

 
 
 

La religione più alta è coltivare la fratellanza universale e considerare a tutte le creature simili a sé stessi
Guru Nanak Dev

Era il dicembre del 2015, quando per la prima volta in vita mia non passavo Natale a casa. Mi ero trasferito da Madrid ad Amburgo, dove lavoravo da un paio di mesi e non avevo ancora accumulato i giorni di ferie necessari per passare le vacanze con la mia famiglia. Lì avevo però un caro amico indiano, Pujit, che mi aveva procurato questo lavoro in Germania e che non sarebbe tornato nemmeno lui a casa per Natale, sia perché il viaggio sarebbe stato dispendioso economicamente, sia perché in India, non essendo in maggioranza cristiani, non ne fanno di questa festa un culto popolare. Quindi ci ritrovammo entrambi a fine dicembre, nel nord della Germania, cercando di organizzarci per passare nel migliore dei modi il periodo festivo.

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Ravid, Akhil, io e Pujit

Il caso volle che un altro amico mio indiano, Akhil, che viveva a Monaco di Baviera mi contattasse per organizzare qualcosa da fare durante le feste, visto che per motivi simili ai nostri non era potuto rientrare a casa. Proposi allora ai miei due amici di andare a Berlino, perché mi sembrava una meta più internazionale dei posti dove vivevamo, normalmente animati dai lavoratori delle aziende limitrofi, e in cui avremmo trovato un ambiente più animato. Mi misi quindi subito alla ricerca, tra i miei contatti, di gente che viveva a Berlino e che avrebbe voluto unirsi alla nostra vacanza; più si è, meglio è. Vidi allora che un mio amico dei tempi di Monaco si era trasferito a Berlino e, indovina un po’, anche lui era indiano. Egli si chiama Ravid e gli raccontai le nostre intenzioni di andare a Berlino, cosicché ci invitò tutti e tre a stare da lui. Senza volerlo, avevo riunito sotto uno stesso progetto tre amici indiani che non si conoscevano tra loro. Mi sono sentito un po’ Mahatma Gandhi.

 

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Io e Akhil che aspettiamo l’inizio del banchetto

Come da organizzazione, passammo dunque la notte di Natale deambulando per le strade di Berlino. Per me passare la viglia in compagnia almeno di amici era già una vittoria; non immaginavo che il ventisei di dicembre, oltre a stare con indiani, sarei addirittura andato in India. E senza lasciare Berlino.

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Io e Pujit già in fila con gli altri commensali

La domenica 27 dicembre 2015 Akhil se ne uscì con un piano in maniera piuttosto naturale, come se fosse scontato che l’avremmo fatto: andare a visitare un tempio sikh. Io non sapevo nemmeno cosa fosse il sikhismo. O meglio, non sapevo di saperlo, giacché imparai a dare un nome a coloro che fino ad allora mi erano sembrati degli stravaganti uomini in veste tradizionale. Avete presente gli indiani con i turbanti? E se fate attenzione vi renderete conto che non si tagliano mai la barba e che la raccolgono sotto il mento appallottolata perché non gli strisci per terra? Loro sono i sikh. Con un po’ di attenzione, in realtà vi accorgerete che hanno ben cinque segnali visibili che rappresentano la loro appartenenza a questa religione, chiamati cinque K: il kesh, divieto di tagliare ogni pelo del corpo, il kangha, ovvero un piccolo pettine che tiene fermi i capelli sotto il turbante, i kachera, dei pantaloni larghi che si contraddistinguono dal tipico dhoti, il kara che è un braccialetto di metallo e il kirpan, un pugnale a lama tradizionalmente curva.

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Placca del tempio sikh a Berlino

Adesso, però, non voglio parlare della religione in senso lato ma di ciò che mi ha colpito, da profano, entrando in questo tempio, paragonabile – e in un certo senso non molto distante – alla “nostra” chiesa. A Berlino, infatti, il tempio non è nient’altro che una piccola palazzina che dà su un cortile chiuso. Entrandovi ci sono subito uno spogliatoio maschile e uno femminile, giacché bisogna camminare scalzo e gli uomini devono necessariamente coprirsi il capo con un turbante o bandana. Salendo poi le scale, al primo piano vi è il tempio vero e proprio, in cui in mezzo a questa stanza vi è una specie di grande baldacchino occupato dal guru che predica di fronte agli uomini – a sinistra – e alle donne – a destra -. Durante la celebrazione, dei bambini gironzolano e scorrazzano per ogni dove, e quelli più piccoli vengono accuditi dalle mamme. Nel complesso, direi che la maggior differenza che ho incontrato, è che mentre in chiesa si richiede un’attenzione alla liturgia, nel tempio puoi anche essere in una stanza diversa da dove si svolge la predica del guru che il senso di comunità lo dà l’essere presente in quel luogo, anche se in un’altra stanza.

 

Infatti, c’è anche un’altra stanza: una mensa. Ed è proprio qui che avviene la magia. I sikh infatti sono comandati una volta a settimana ad offrire cibo ai più bisognosi. Quindi, generalmente ogni persona di ceto sociale – da quello meno abbiente ai più benestanti – possono prendere parte al banchetto insieme, seduti per terra. Finita la funzione del guru, i fedeli si riuniscono in questa grande sala e prendono posto seduti uno accanto all’altro aspettando che dei volontari passino a distribuire loro del cibo. I commensali, nell’atto di ricevere il cibo dovranno mettere le mani in segno di ricevimento – simile a quando si beve a due mani – e sui palmi delle mani vi si appoggeranno gli alimenti. Il cibo che viene offerto rispetta la tradizione vegetariana indiana, arricchita da bevande a base di yogurt, pane mantecato e verdure di ogni sorta. Anche per un non vegetariano il pranzo è soddisfacente e saporito. Inoltre, è lecito fare il bis, poiché i volontari ripasseranno per chiedere se si gradisce un’altra porzione. Ci si ritrova dunque appoggiati alla parete, uno accanto all’altro, come anelli di una catena, condividendo il pranzo. Si parla e si condivide con il massimo rispetto per chi sta servendo il cibo.

La cosa che mi ha più incuriosito è che questo tipo di celebrazione sia aperta anche a chi non pratichi la religione. Può sembrare un pensiero banale, visto che si parla di condivisione, ma il rito più prossimo che mi viene in mente nella messa cattolica è il momento in cui ci si prepara a ricevere l’eucarestia e bisogna essere credenti e aver fatto la comunione per poterne prendere parte. Inoltre, i sikh sono molto ben visti nella società proprio perché la loro religione garantisce in India un buon pasto ai più bisognosi almeno una volta a settimana. Tutto questo me lo spiegarono Akhil e Pujit; Ravid non poté venire 

Finito il pasto ci si alza e si ringrazia. La gente esce poco a poco dalla sala e dalla palazzina per soffermarsi a parlare nel cortile prima di andarsene a casa e continuare con la propria vita. Qualche sikh incuriosito dalla mia pelle bianca mi saluta sorridente e ringrazia della presenza. Quest’ospitalità è quasi sconvolgente. Sono appena entrato a mangiare gratis un pasto ricchissimo e vengo pure ringraziato.

Quest’atmosfera conviviale e di comunità, di allegria e gioia di stare insieme è contagiosa e inebriante. Per un worldpacker è comunque bello sapere che in qualunque posto del mondo si trovi, la domenica avrà comunque un pasto caldo assicurato.

Walt (The Traveler) Shaboom

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