Spirito

Sant’Andrea, Salento 16.08.2012

Meravigliarsi delle cose che accadono, come se non avessimo avuto parte alcuna nel determinare quegli stessi eventi.

Non sempre ho il timone di questa barca su cui ho messo a navigare la mia vita e trent’anni non sono il giro di nessuna boa, il mare continua a cambiare istante dopo istante e la navigazione é sempre a vista. Forse ci vedi meglio, forse sai dosare meglio le forze. Sei nel pieno del vigore, se la vita non ti ha già piegato o rammollito.

Non c’é porto che non si riveli insalubre dopo poco. E te ne accorgi quando lo Spirito del viaggio viene ancora una volta a sussurrare al tuo orecchio: “É giunta l’ora di andare, vai…”

E allora, senza voler sapere dove e come, riparti. Poche cose in spalla e la testa vuota. Poche settimane di viaggio e il tuo corpo comincerà di nuovo ad assomigliare alla tua anima più vera, quella che ti ricorda che non c’é meta ai viaggi, o scopi che valgano il prezzo della gioia che rischi di sottrarre alla tua vita se chiudi gli occhi e lasci che a guidare siano altri e non tu.

Dal 14 settembre ricomincio a guidare. Mi faccio felice, libero ciò che ha gridato nel mio petto per mesi e lascio che sia Lui, ossia Io, a scegliere il sentiero che più mi assomiglia.

Trent’anni da uomo libero, ecco il regalo che faccio a me stesso. Auguri a me, che io possa camminare con abbastanza energia su questo mondo, da non aver bisogno di nessun dio al mio fianco.

F.

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Giorni 25-26: Ivanovka. Un comunitarismo ordinato

Lascio Lahic senza molti rimorsi e la speranza di essere portato a valle dal padrone del “Giardino” che gentilmente, la sera prima, si è detto pronto a muoversi per le 8.30, orario caucasico. Nessun stupore, quindi, che la mattina seguente lo stesso peloso amico mi informi che prima delle 11.30 non ci si muoverà per strani ed inderogabili impegni. 5 a 1 che il volo degli uccelli all’alba non ha dato favorevoli auspici alla mobilità su ruote.

Prendere il pulmino che fa la spola tra il villaggio e Ismayilli è una profonda e mistica discesa in uno dei misteri sonori più antichi dell’Azerbaijan: il Mugam. Per chi incredibilmente non conoscesse questo stile canoro tutelato dal 2003 dall’UNESCO, posso riportare quello che riporta la LP: “Nella tradizione un maestro di mugam era un cantante itinerante chiamato asig che si guadagnava da vivere esibendosi ai matrimoni, generalmente accompagnato da musicisti che suonavano il tar pizzicato, la kamanca e il balaban, uno strumento simile all’oboe. Alle orecchie di molti occidentali il mugam può ricordare più dei gemiti di dolore che una forma di canto […]”. Non mi vergogno di ammettere che quella mattina mi sono sentito “molti occidentali” (“Noi siamo Legione” direbbe il porcello indemoniato del Vangelo o “noi siamo il 99%” direbbero i porcelli alternativamente indemoniati dell’Ammerrica obbamiana).

Il problema con la sequela infinita di brani mugam che l’autista – attento come se fosse all’Opera – fa passare sul piccolo schermo del pulmino, non è tanto lo stile musicale in sé, quanto la gamma di soggetti che si esibiscono in questi urli primordiali degni del Re Leone (uaaaa sciamenbaaa alauli rila-laaaaa uenda-a-daa). Innanzitutto c’è da considerare che in una cultura profondamente e trasversalmente maschilista come quella delle repubbliche caucasiche, ogni banchetto/festa/matrimonio sembra paradossalmente una riedizione triste di un Gay party. Uomini e uomini baffuti che se la suonano e se la cantano da soli. Una giovane e discinta fanciulla? No. Baffi e uomini. Punto. In secondo luogo, la commistione di stili tradizionali e di occidentalismo deviato fa sì che i cantori di mugam diventino una sorta di concentrato triplo di trash che non ha nulla da invidiare alla programmazione di Studio Aperto.

Nell’ordine quella mattina si è avuto:

1) trio composto da una Shakira denoartri vestita come un’impiegata del Soviet e cotonata come una casalinga di Boston degli anni ’50 che duettava con una sorta di Pit Bull delle montagne (giacca triste, pantaloni tristi e camicia tristi adatti per ogni occasione) accompagnati da una sorta di Santana che contraeva ogni muscolo della faccia pizzicando le 5 note mistiche (dieng dieign…dooong) dalla chitarra elettrica . Durata del brano: 20 minuti da far impallidire i Pink Floyd di “Shine on your crazy Diamond”.

2) Duetto latino-mugamiano tra un novello Ricky Martin e l’esempio vivente di cosa accade nutrendo una velina per 6 mesi a burro e montone. Non che la ragazza fosse brutta. Probabilmente, togliendo i 18 chili di trucco da troione della Vigentina e addobbandola in vesti che meglio contenessero le sue forme senza farla apparire una trota al cartoccio – l’abito era di un sobrio argento vivo –, non avrebbe costituito una visione spiacevole. Ma immagino avrebbe tolto di naturalezza alla rappresentazione.

3) Specie di Costanzo Show con un Costanzo vestito da boscaiolo, la nonna di Iva Zanicchi e la versione tisica di Gianni Morandi. Penso che, spronati dal presentatore, Gianni e Iva si siano lanciati in una sorta di rap battle giocosamente ilare per il diletto del pubblico muggente presente in sala. Inutile descrivere l’espressione di fame primordiale negli occhi di Gianni alla vista dei 18 menti burrosi di Iva che giocosamente ballavano il mugam.

Insomma, mettersi in cuffia con gli Iron Maiden è stato l’unico modo per proteggersi da tale grottesco spettacolo che rischiava di causare scoppi di risa irrefrenabili e conseguente lapidazione in piazza per lesa maestà.

Tradizioni canore e tempistiche di viaggio a parte, in generale il Caucaso sembra vivere in un “tempo fuori dal tempo” che mischia elementi di stentata – o sfrenata – modernità con il perdurare di ritmi orgogliosamente ancorati a un’antichità che riesce a preservarsi in una miriade di piccoli riti quotidiani. A volte, questo “tempo fuori dal tempo” è solo una frasetta un po’ retorica che si può usare per giustificare la caterba di disfunzionalità locali, a volte è la netta rappresentazione della realtà. Soprattutto, se si arriva a Ivanovka.

Come detto più volte nei post precedenti, Ivanovka è un kolxoz, ossia una delle poche fattorie collettive sopravvissute al crollo verticale dell’URSS. Sito a non molta distanza da Ismayilli è un vero e proprio insediamento di 3500 anime circondato da una moltitudine di campi ben coltivati a vite, grano e erba medica che non so che faccia abbia ma sembrava adeguatamente intonata a una visione paleo-medievale di rotazione delle coltivazioni. Superata la rosetta sovietica in caratteri latini e cirillici posta al limitare delle coltivazioni, si entra in un villaggio che non ha nulla di azero, ma, casomai, molto di ucraino o russo a partire dalla lingua. Le case, tutte ordinatamente uguali, hanno cancelli colorati a vive tinte pastello e pareti di calce bianca che terminano improvvisamente in “mansarde” di legno che sorreggono tetti spioventi. Gli accenti sono russi così come i volti e, va da sé, il colore dei capelli. Il biondo abbonda, almeno nei pochi giovani che riesco a intravedere nei cortiletti o sugli antiquati trattori che trotterellano nella strada principale sbuffando come delle ciminiere. Per il resto la popolazione sembra estremamente vecchia, almeno a giudicare dall’indiscusso numero di babushkine con i capelli raccolti e coperti da fazzoletti a fiori.

Nei miei (ormai) vaghi ricordi storici, il kolxoz era, come ogni invenzione communista, osceno sia sulla carte che nella realtà. Un modo per sostenere l’industrializzazione folle del Baffone rifornendo le città delle quote alimentari previste e, incidentalmente, porre un limite al deviazionismo ideologico costituito dalla NEP leninista e dalla perdurante esistenza dei noiosissimi kulachi, vale a dire i proprietari terrieri che non ne avevano mezza di collettivizzare anche un solo chicco di grano. Come ci insegna Orwell in 1984, i kulachi/galline vennero ben presto spennati e la collettivizzazione messa in atto con qualche milionata di morti per fame, deportazioni e piccole problematiche tecniche del genere. Rosso-rosso il sole dell’Avvenire.

Poi uno arriva a Ivanovka e si accorge di non aver capito una mazza o, per meglio dire, di essersi dimenticato che storicamente il kolxoz non è stato un’esclusiva forzata dei vari regimi comunisti, ma una forma organizzativa che affonda le sue radici in un passato più antico e, soprattutto, più religioso. Tanto per cominciare, quindi, il baffone georgiano c’entra poco nella fondazione di Ivanovka che va invece fatta risalire all’espulsione di massa della setta protestante “molokaniana” (traduco brutalmente dall’inglese “Molokan sect”) dalla Russia Centrale ad opera degli Zar nella metà del XIX secolo. Più che di un collettivismo forzato si deve allora parlare di una forma di comunitarismo religioso che dovrebbe essere (stato) presente anche negli USA sotto varie forme. I primi che mi vengono in mente sono gli esperimenti di socialisti à la Proudhon e i Quaccheri, ma senza connessione internet questa descrizione sta concorrendo vittoriosamente allo Zecchino d’Oro del falso storico. Quindi, facciamo che se vi interessa l’argomento fate come farà il sottoscritto appena possibile e vi fiondate sul binomio Google-Wikipedia. Non è che vi posso sempre dire tutto.

Questa comune appartenenza religiosa deve anche essere il motivo per il quale Ivanovka non “regala”alcun senso di “oppressione” o collettivizzazione forzata. Malgrado sembri di essere nelle campagne di Cuba per l’eccessiva vetustità dei mezzi meccanici presenti, in generale è una bella cittadina dotata di un parco ben tenuto, un memoriale per i caduti del 1941-1945, un teatro, scuole... In fondo, se è ancora abitata e funzionante dopo il crollo dell’URSS, vuol dire che gli intenti dei “padri fondatori”riescono ancora a tradursi una realtà auto-sussistente. Una realtà che, tuttavia, presenta delle problematiche oggettive estremamente simili a quelle di altri villaggi collettivi, vale a dire i Kibbutz israeliani. La divisione dei profitti non trova sempre la popolazione concorde e, soprattutto, i giovani non vedono nei lavori agricoli un universo capace di esaurire le possibilità offerte dal mondo moderno. Della mia visita a un kibbutz cinque anni fa, ricordo soprattutto che la nostra guida a un certo punto disse che il villaggio non era in grado di garantire a tutti i giovani contemporaneamente le risorse necessarie per accedere all’Università.  Nessun mistero, quindi, che l’emigrazione costituisca la via principe di sfogo/fuga e che, se non arginata dal perdurante elemento religioso, possa dissanguare questi kolxoz fino a farli morire per spopolamento.

Tuttavia il processo sembra ancora lungo e la capacità di “tenuta” sufficiente a garantire a Ivanovka ancora molti anni di vita. Anni di vita che possono diventare decenni, se gli abitanti riusciranno a valorizzare meglio la risorsa del “turismo” trasformando il villaggio in un’oasi del biologico spinto che  all’occidentale ci piace tanto. Un primo passo in questa direzione è sicuramente rappresentato dalla Guesthouse di John & Tanya Howard, un piccolo angolo di paradiso appena fuori dal “centro-città”. Per 15 euro a notte avrete una stanza doppia con bagno arredata in maniera moderna e gradevole e di una pulizia da far impallidire molte strutture italiane. I graziosi alloggi sono allineati attorno a un bel cortile ombreggiato da alberi e abbellito da una piccola verandina con divano annesso che confina direttamente con la cucina. Ampia, spaziosa e in stile “campagnolo” (mobili di legno chiaro ecc..) la cucina riserva la sorpresa più gradita di sempre: una libreria stracolma di volumi di storia. Non male.

Circondato da cotanta pace, decido immediatamente di passare i due giorni ad Ivanovka in attività complesse e faticose quali: riprendere a leggere dopo 4 mesi (The siege of Malta 1565 di Francisco Balbi di Correggio nella traduzione di Ernle Bradford e Inside Hitler’s Bunker di Joachim Pest), corrompere il cane di casa a botte di ciotole d’acqua, farmi amico un ciccioso gatto nero – che, in pieno stile comunista, medita su una sedia dei problemi del mondo attendendo che il popolino gli porti cibo e una doppia razione di grattini al giorno – e, soprattutto, uccidermi di cibo. La sola visione della cucina è un motivo sufficiente per farmi abbandonare 5 giorni di pane e pomodori sconditi in favore delle cibarie locali. Per 35 euro si possono avere 3 pasti al giorno sufficienti a sostentare l’intero esercito turco in marcia verso Malta. Zuppe, formaggi, pane caldo, verdure, frutta, uova, galline, maiali, miele, tè e caffè in abbondanza, conserve, succhi di frutta fatti in casa, burro, panna acida, riso…tutto l’intero universo della cucina super-calorica dell’est a disposizione del sottoscritto. Sottoscritto che, avendo imparato dai giorni passati, si approccia a cotanta abbondanza applicando in maniera ferrea il miglior slogan di Marx: da ciascuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo le sue necessità. Dato che le mie possibilità economiche sono scarse e le mie necessità alimentari infinite, mi rivolgo a cotanto ben di dio con il metodo del “profugo”: mangiare come se il domani non esistesse. Metodo che, se esteso all’economia in generale, sospetto sia anche il motivo principe del fallimento dell’URSS.

URSS che, malgrado tutto, continua a persistere politicamente a Ivanovka grazie al sempiterno piccolo-culto della personalità della famiglia dei Presidentissimi Aliyev che riescono a dimostrare, con i loro faccioni che sorridono ieratici da ogni edificio pubblico, che non basta grattare una stella rossa e mettere un tricolore azero per far avverare sogni di libertà. Il tocco di stile è comunque dato da una bacheca che, in una ventina di foto, riporta la storia dei rapporti di lunga durata tra il villaggio e la famigghia. Ecco l’Heydar comunista sorridere vicino a una mucca, osservare soddisfatto i campi di grano, eccolo ora rivolgersi ottimista a delle contadine prima in bianco e nero e ora a colori mentre il colbacco sovietico viene sostituito da una giacca accidentalmente nazionalista. Eccolo ancora una volta, infine, prima di lasciare spazio al figlio che – sempre sorridente – punta l’indice verso un banchetto in suo onore, taglia una fetta di torta offerta da biondissime manze, assiste a delle danze danzanti ecc…

In fondo devo ringraziarla questa accoppiata Presidenziale. Senza di voi, come avrei potuto concludere questo post con un canto dell’Armata Rossa senza sembrare incoerente con la vera realtà di Ivanovka?

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questo Blog seguirà il grand tour europeo

Questo Blog seguirà per i prossimi giorni -almeno fotograficamente- le tappe del ‘grand tour europeo’ nell’ambito della ‘Festa democratica di solidarietà all’Emilia’. Nello stile de ‘i viaggi di Gianni Marino’, il VIAGGIO è occasione di condivisione, relazione, comunicazione e solidarietà. Durante gli spostamenti in bus tra città minori e capitali del nord–europa saranno tenute conferenze e tavole rotonde. Il viaggio è anche occasione per vedere con occhi europei i nostri ‘piccoli paesi’.   Il 31 agosto incontro a Carpi (Modena) con lo scrittore Giovanni Iozzoli, autore del libro ‘Terremotati’, visita alla tendopoli di Cavezzo (Mo) e consegna della somma di solidarietà raccolta. Iozzoli sarà successivamente a Nusco (Av). Buen Camino.

continua

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