Mi mancherai…bidet.


 

 
 
 

Quando parto per un’avventura, un’esperienza o anche solo se esco di casa per andare a fare la spesa, devo controllare di avere tutto con me. Detesto scendere e scoprire che mi manca qualcosa, che ho dimenticato un oggetto fondamentale nel cassetto, sulla scrivania o nell’armadio.
E’ più forte di me; passo interi minuti a controllare di aver preso tutto e mi tasto le tasche di jeans, cappotti e borse per esserne sicura. Molto spesso, dubito talmente tanto di me stessa che arrivo a fare San Tommaso: “se non vedo non credo”; e allora riapro per la centesima volta tutte le tasche e poggio i miei occhi su chiavi, ombrello e portafogli (tre tra gli oggetti da me più dimenticati negli ultimi anni). Insomma, odio dover trovarmi in delle situazioni e non avere quell’oggetto che ti salverebbe la vita… come un fazzolettino di carta dopo uno starnuto che cascate del Niagara levatevi proprio o quell’assorbente che ti serve quando il ciclo (guarda caso) decide di venirti puntuale proprio quel giorno che non ti sei portata dietro un ca**o di salva-slip oppure il libro che stai leggendo per ovviare a quelle lunghe eterne attese alla fermata del Bus (questo vale per Napoli, però). E poi vogliamo parlare di quella sensazione di soddisfazione di quando qualcuno vi chiede: “hai una penna?”, oppure: “hai da accendere?” (che magari è anche un bel pezzo di giovanotto). Voglio portare con me tutto ciò che può essere utile, che può servire nelle situazioni più disparate; una sorta di “mai più senza” karmico. Questo è il motivo per cui mi stressa terribilmente fare le valigie.
Ho impiegato due giorni a preparare le valigie per la partenza a Strasburgo e questo perché quando temi di dimenticare qualcosa di importante è proprio perché dai importanza a quella cosa. Non sono per natura un’eterna indecisa… so quasi sempre ciò che voglio e lo decido con rapidità e decisione… ma mai quando si tratta di preparare un bagaglio. In realtà, nella mia testa è tutto molto semplice e si può riassumere in 2 semplici mosse:

  1. Prendo tutto ciò che mi occorre
  2. Lo metto nella valigia

Più facile a dirlo che a farsi, ovviamente. Quando si tratta di scegliere cosa portare e cosa non portare con me vado nel pallone. Il fatto è che ritengo tutto troppo utile o importante per separarmene… la frase che mi frega è:
“e se poi mi servisse?” (ma poi non mi serve mai); e così, come una piccola Mazzarò accumulo roba sul letto e poi, pretendo di cavarla tutta in valigia. Sono convinta che è per colpa di gente come me che le compagnie aeree hanno inserito le restrizioni sui pesi e sulle misure dei bagagli. Scherzi a parte, se non fosse stato per mia sorella non sarei mai riuscita a cavarmela. Con la stessa austerità di Kierkeegaard mi ha ordinato di fare un aut-aut su ogni oggetto e mi ha obbligata a selezionare la metà delle cose che avevo precedentemente messo da parte. Mi sono venute le lacrime agli occhi quando ho dovuto dire no i miei libri, i miei vestiti e le mie penne (sì le mie penne; perché anche loro possono avere un’utilità, oh!). Mi si è stretto il cuore ad ogni fumetto che ho lasciato a casa e ad ogni maglietta che non entrava nelle tre valigie che, alla fine, ho portato con me. Mi sono trascinata dietro un bagaglio a mano della Kipsta così gonfio che sembrava avesse appena finito il Cenone di Capodanno e un Eastpack che pesava più del lunedì mattina lavorativo dopo un week-end lungo per tre aeroporti; ho fatto scalo prima a Roma, poi a Lione e, infine, sono atterrata a Strasburgo sana, salva e “carica di meraviglie”. La prima difficoltà che ho dovuto affrontare, a parte quella di trascinarsi dietro due trolley che, messi insieme, pesavano quanto me è stata quella di raggiungere il centro; non c’è stato Google Maps che tenesse, non ero in grado di trovare la stazione dei treni, e, solo dopo almeno 10 minuti, mi sono resa conto che era collegata attraverso un sovrappassaggio all’aeroporto stesso; ovviamente ero troppo esagitata per leggere e capire effettivamente ciò che stavo leggendo. Insomma, alla fine il treno l’ho trovato e da vera napoletana, con la speranza di aver preso il treno giusto, non ho fatto il biglietto. Sì, ho infranto la legge giusto 15 minuti dopo aver messo piede sul suolo francese e mi sono pure cagata sotto dalla paura; non penso lo rifarò mai. Le macchinette che distribuivano i biglietti mi hanno mandata nel pallone (o forse ero io ad esserlo) e non riuscivo a capire come cavolo stampare un biglietto! Ah, certo.. avrei potuto chiedere a qualcuno, o qualcuno di buon cuore, vedendomi farneticare vicino quell’aggeggio avrebbe potuto porgermi l’altra guancia ma se c’è una cosa che ho capito quel giorno è che a costo di fare figuracce, chi domanda non fa errore. Lo stesso problema si è posto una volta arrivata alla stazione centrale; ma qui sono stata più furba… ho osservato da lontano altre persone utilizzare quella macchina infernale dell’obliteratrice e finalmente ho capito come usarla; e poi dicono che non si impara copiando! Alla fine, a furia di emulazione mi sono mimetizzata tra gli abitanti di Strasburgo e con nonchalance ho preso il tram, col biglietto, ma senza averlo marcato convinta di poterlo fare una volta salita sul tram….ovviamente, non si poteva. Sfinita dalla mia disattenzione chiedo a un giovane uomo dove diavolo si marcasse il biglietto e lui, gentilmente mi dice che devo scendere dal tram per timbrarlo e, altrettanto cortesemente, mi invita a scendere per farlo (giustamente). Sarebbe stato tutto molto più semplice, se solo avessi fatto un paio di respiri prima di agire. Arrivata al quartiere Esplanade, è stato facile, invece, trovare il palazzo. Questo quartiere è composto da altissimi palazzoni di circa 20 piani ognuno. Io sono al sesto piano di un palazzo così alto che ha due ascensori; uno per i piani pari e uno per quelli dispari. Sono stata accolta dal figlio della proprietaria di casa, David, tornato per qualche giorno da Parigi a trovare la mamma. La casa è grande ma vecchia. David mi ha mostrato la cucina, il salone, la mia camera e il, ehm… i bagni. Qui non esiste un unico bagno e non ce ne sono nemmeno due ma addirittura tre. Il primo è la “salle de bains” con vasca/doccia, lavandino e lavatrice. Poi ci sono “les toilettes” ovvero il WC e, infine, una terza stanza con solo un lavandino e uno specchio. Non vi sembra manchi qualcosa? Ci ho messo qualche minuto prima di realizzare che non c’era il bidet. Ho avuto un attimo di mancamento all’idea di dover passare i prossimi 5 mesi senza bidet; inutile dirvi quale è stato il mio primo acquisto: salviette intime umidificate. In conclusione, quando si parte sai cosa lasci ma non sai cosa trovi. Io sapevo benissimo cosa lasciavo e avevo una voglia tremenda di farlo ma non sapevo cosa avrei trovato o meglio cosa NON avrei trovato.
La cosa più piacevole della giornata, invece, nonostante il fatto che fossi distrutta per le 6 ore di viaggio è stata svuotare le valigie e fare mie queste quattro mura. Sembra sciocco, ma mi ha resa felice l’idea di poter non solo abitare un luogo ma di viverlo rendendolo “mio”, anche se si tratta solo di una piccola stanza in affitto. Quindi, importa poco se non potrò farmi il bidet se in cambio avrò una stanza tutta per me.

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