Luna


 

 
 
 

La sua luce è vita per gli animali notturni,

cibo per gli uomini curiosi,

conforto-condanna per i sofferenti.

Il ventre gonfio della Luna ci porta dolcemente agli amari primordi della vita,

ai sospiri soffocati di quell’essere in potenza che lotta per esserci.

Madre del pianto, ti illumini delle lacrime degli afflitti, diventi cangiante ai grandi quesiti degli scienziati.

Come divinità ancestrale miri alla conservazione, ad una memoria perenne, inalterata, devota,

come le capanne nella storia primitiva la tua circolarità racconta dell’uomo: bello, amante di sé,

facilmente oscurabile dalle nubi, ma presto nulla nel suo essere calante.

Nella notte porgi la mano ai derelitti, agli afflitti, ai suicidi, agli incerti di fronte i crocicchi, alle deviazioni della strada,

sia essa vita che muta o cammino senza meta.

Ti riempi a volte degli occhi dolci degli innamorati e nelle loro pupille così ampie e dilatate ritrovi te stessa ed in essi ti nascondi.

Quando simuli l’assenza gli amanti fanno complice il buio e sono subito pianeti.

Sei un mistero così grande da abbracciare che conduci come una sirena alla distruzione.

Non colmi i dubbi, ma li nustri come una matrigna amorevole e sadica.

Nessuna pittura può contenerti, nessuna matrice di pensiero delinearti, alcun linguaggio può descrivere e decifrare la babele del tuo enigma.

Quando ti vedremo cadere, precipitare nelle zone più oscure dell’abisso, l’uomo sarà libero e con i denti masticherà i lacci che lo legano alla terra.

Essere schivo all’esistenza, rombo sonoro dei sogni, amplificazione dei desideri, perché non muori?

Luna, perché non muori?  Fai cessare così la produzione sterminata dei versi e circostanze poetiche, balbuzie di stupidi che si credono poeti che invece soffrono le ferite, i traumi, le lacerazioni che sulla pelle ha impresso l’universo.

Quando morirai, Luna? Ancora vuoi vederci prostrati alle fatiche dell’intelletto che dalla mente fai traboccare come i talenti?

Vuoi portarci ai vaneggiamenti, all’amore, poi nascondi nel tuo lato oscuro le risposte.

Nessun apparato od utensile umano, nessun gesto od ascia da guerra potrà scalfire la tua superficie.

Come polline sei ovunque, ti ritroveremo nella convessità degli sguardi, nel silenzio dei laghi, nell’immobilità delle acque, sulle resine degli alberi che come prismi convertono la tua immagine in lievi vapori al crepuscolo.

La tua solitudine non accresce che il tuo narcisismo, Luna, tu che sei prepotente, guardi al sole e rinneghi le stelle.

L’uomo cerca di imitarti, di brillare nel tugurio della terra, di incensarsi del profumo delle galassie, bacia le ruvide labbra del terreno e cerca il sostegno nel cielo più alto, più lontano così d’avere l’alibi della sofferenza.

Cara Luna, ti auguro di rimanere custode del senno umano,

conserva gelosamente le ampolle di quegli uomini folli,

ma quando deflagrerai in un giorno d’apocalisse,

e con te esploderà il tuo mistero,

sappi che l’uomo tornerà a vivere con nuova coscienza,

seppur priva di poesia,

e di te non rimarrà che l’ombra di un ricordo.

G. R.

Luna

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