Lévi-Strauss – Il viaggio in piroga


 

 
 
 

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Per ritrovare la propria sposa-ara, Monmaneki intraprende un viaggio in piroga verso oriente, accompagnato dal cognato. L’eroe si installa a poppa e mette il cognato a prua. Poi, senza usare la pagaia, essi si lasciano trasportare dalla corrente …
Benché la cosa sia passata quasi inosservata, costituisce un fatto degno di interesse che, dagli Athapaskan e dai Salish del nord-ovest, dagli Irochesi e dagli Algonchini del nord-est alle tribù amazzoniche, la maggior parte dei miti che narrano di un viaggio in piroga precisino con estrema cura i rispettivi posti dei passeggeri. Trattandosi di tribù marittime, lacustri o fluviali, questa cura si spiega innanzitutto con l’importanza che per esse assume tutto quello che riguarda la navigazione.

«In maniera letterale e simbolica – nota Goldman a proposito dei Cubeo del bacino del Vaupés – il fiume è il legame che unisce tutta la popolazione. Dal fiume sono emersi i primi antenati e su questa strada liquida essi hanno fatto i primi viaggi. Le località toccate dal fiume forniscono altrettanti riferimenti genealogici e mitologici, in quest’ultimo caso con l’ausilio delle incisioni rupestri».
Poco più avanti aggiunge: «Nella piroga i posti importanti sono quelli del rematore e del timoniere. Quando una donna viaggia con gli uomini, sta sempre al timone, perché è questo il lavoro meno faticoso; guidando l’imbarcazione, essa può perfino allattare il bambino … E se il viaggio deve essere lungo viene scelto l’uomo più vigoroso per remare piroga-blua prua. In assenza di donne, l’uomo più debole o più anziano sta a poppa …».

Stando così le cose, ci potremmo stupire che il mito di Monmaneki inverta le parti: l’eroe va dietro e manda avanti il cognato, che il mito rappresenta come pigro e inetto.
Non dimentichiamo però che, come dice il mito stesso, la corrente trascina l’imbarcazione e che non c’è dunque bisogno di remare. Il solo lavoro che conta è allora quello di chi regola la navigazione usando la pagaia come timone [le piroghe degli indios non hanno timone: di fatto, il «timone» è chi assolve a questa funzione].

Ma che cosa significa questo viaggio in piroga, nel quale, secondo i casi, cambia il valore delle rispettive posizioni?
Vi sono altri miti, provenienti dagli stessi Tukuna e da tribù vicine, che attribuiscono a tali questioni tutta l’importanza che meritano.

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Tukuna – La piroga del sole

Un giovane indio pescava da solo. A bordo di una piroga passò il sole, che gli chiese se avesse preso qualcosa. Il ragazzo rispose di no; il sole lo invitò allora a imbarcarsi perché, disse, era tempo di far buona pesca. Il ragazzo si mise a prua, mentre il sole governava la poppa.
Il sole chiese al suo passeggero se sapeva dove fosse la «strada del sole»: così, sebbene l’astro si fosse preoccupato di renderlo insensibile al proprio calore, il giovane capì chi era il suo compagno di viaggio.

Proseguirono il viaggio pagaiando. Il ragazzo credeva di essere sempre sulla terra, ma in realtà il viaggio si svolgeva già in cielo. Videro un pesce pirarucu lungo un metro. Il sole l’afferrò, lo gettò nella piroga e lo fece cuocere al calore che irraggiava dal suo corpo.
Poco dopo fecero una sosta per mangiare. Il ragazzo fu subito sazio; il sole insisté invano perché mangiasse ancora. Gli ordinò allora di abbassare la testa, gli batté con la mano la signore-dei-pescinuca, e da questa cadde una grande quantità di scarafaggi: «Ecco la causa della tua mancanza di appetito», spiegò il sole.
Ricominciarono quindi a mangiare e finirono quello che rimaneva. Il sole raccolse con cura le scaglie e le lische, ricostituì il pesce e lo gettò nell’acqua, dove immediatamente prese vita.

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Questo racconto ci rimanda a parecchi altri miti. Prima di tutto a quello di Monmaneki, poiché la coppia formata dal sole, signore della pesca, risuscitatore dei pesci, e dal giovane pescatore apatico e inefficiente, ricostituisce, con in più un prezioso riferimento astronomico, quello formato da Monmaneki, creatore dei pesci e signore della pesca, e dal cognato inetto.
Noteremo che, in entrambi i casi, il personaggio dotato di poteri soprannaturali sta a poppa e l’altro a prua.

In secondo luogo, esso rimanda a un mito Mundurucu che aveva già attirato la nostra attenzione perché attribuiva l’origine dei soli dell’inverno e dell’estate a due cognati messi alla prova da due divinità: il sole e la luna, signori della pesca e risuscitatori di pesci.
Ora, durante l’incontro, uno degli uomini perde metaforicamente il pene (che d’altra parte non valeva un granché), mentre l’altro diventa metaforicamente (e certamente anche in realtà, se le versioni raccolte non fossero tanto castigate) un uomo dal lungo pene. Dopo aver acquisito vigore e bellezza, il primo sposerà una donna socialmente lontana; invece, per aver commesso incesto con la propria madre, cioè con una donna troppo vicina, l’altro diventerà deforme e ripugnante.
Rivolgiamoci ora però alla Guayana.

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Warrau – La storia della bella Assawako

C’era una volta un ragazzo chiamato Waiamari che abitava presso uno zio. La più giovane delle mogli dello zio gli fece profferte amorose mentre facevano il bagno nel fiume.
«Incesto! Vergognati!», esclamò il ragazzo.
Lo zio, che se ne stava nella capanna, sentì il rumore del litigio e gridò alla moglie di lasciare in pace il nipote.

Questi però pensò che fosse saggio traslocare: andò ad abitare presso il maggiore degli zii, che si chiamava Okohi. Tale partenza risvegliò i sospetti del primo zio, che andò a fare una scenata al giovane accusandolo di avergli voluto sedurre la moglie.
Si batterono, e lo zio ebbe la peggio per ben due volte.

A questo punto s’intromise Okohi che, per evitare il ripetersi di simili episodi, decise di portare con sé in viaggio Waiamari. Questi preparò la piroga e dipinse il simbolo del sole sui due fianchi della prua. A poppa raffigurò un uomo con accanto la luna.
Lo zio e il nipote partirono la mattina dopo e, mentre il giovane pagaiava davanti, l’altro governava la piroga da dietro.

Presero a traversare un vasto mare; sotto i colpi delle pagaie l’acqua cantava: «wau-u! wau-u! wau-u!», e finalmente raggiunsero la costa, e si diressero verso la capanna dove donna-indio-cestaviveva la bella e saggia Assawako. Questa li ricevette amabilmente e pregò lo zio di permettere al nipote di accompagnarla nei campi.
Una volta arrivati, Assawako disse al giovane di riposarsi, mentre lei sarebbe andata a cercare da mangiare. Ritornò quasi subito con banane-legumi e ananas, un grosso fascio di canne da zucchero, cocomeri e pimento. Il ragazzo mangiò con appetito e passò piacevolmente il tempo in sua compagnia.

Sulla strada del ritorno, essa gli chiese se era un bravo cacciatore. Waiamari si allontanò senza dire una parola e la raggiunse subito dopo con un grosso carico di carne di tatú.
Assawako era fiera di lui e, come si conviene a una donna, riprese il suo posto dietro. Quando furono quasi arrivati, gli promise che nella capanna avrebbero trovato da bere e si informò se egli sapeva suonare un certo strumento musicale.
«Un pochino», rispose il ragazzo. Ma ricevette una secchia piena di bevanda che lo mise in forma e suonò in modo meraviglioso. Passarono la notte scambiandosi tenerezze.

Quando si fece giorno, Okohi cominciò a prepararsi per la partenza. Certo, Assawako avrebbe desiderato tenere con sé l’amante, ma questi si scusò: «Non posso abbandonare lo zio. È stato sempre buono con me e si sta facendo vecchio».
La donna scoppiò in lacrime. Anch’egli era triste, e così cercarono entrambi un po’ di consolazione nella musica.

Okohi e il nipote tornarono al paese. Dopo aver fatto il bagno ed essersi purificato, il vecchio convocò i suoi intorno all’amaca e disse loro: «Quando ero giovane, potevo viaggiare un giorno dopo l’altro come ho appena finito di fare, ma ora sono vecchio e non viaggerò più».
A queste parole la testa gli scoppiò, e ne uscì il tepore del giorno e il calore del sole.

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A proposito di questo mito, Roth ricorda che, ancora assai di recente, le piroghe degli Indios inalberavano i simboli del sole e della luna. Quest’uso si è certamente esteso ben al di là dei territori da noi considerati: R. Price ha visto e ha descritto nella Martinica San-sole-luna-11piroghe decorate a poppa e a prua, talvolta anche nel mezzo, con motivi dipinti che raffiguravano il sol levante, oppure che formavano cerchi concentrici o rosette multicolori.
Frequentissime un secolo fa e forse anche ora a Santa Lucia, nelle Piccole Antille, queste decorazioni si dice che portino fortuna ai pescatori. Non si può escludere che esse traggano origine da un sistema mitico dello stesso tipo di quello che stiamo esaminando, e che il sole e la luna raffigurati sul davanti e sul dietro della piroga siano idealmente i suoi passeggeri.

Gli Yaruro del Venezuela dicono che il sole e sua sorella la luna viaggiano in barca. Ritroviamo la stessa notizia in un passo di un mito d’origine dei Jivaro: «Nantu, la luna, e Etsa, il sole, fabbricarono una piroga di legno di /caoba/ e partirono in viaggio sul fiume dove nacque il loro secondo figlio Aopa, il lamantino».
I Tupi dell’Amazzonia vedono nelle quattro stelle terminali della Croce del Sud gli angoli di una diga da pesca e, nelle altre, i pesci già catturati. Il Sacco di Carbone rappresenta un peixe voi, nome portoghese del lamantino, e le due stelle del Centauro raffigurano i pescatori che si preparano ad arpionarlo.
Si racconta che il pescatore più giovane, che attualmente sta a prua per lanciare l’arpione, un tempo stava a poppa. Ma il pescatore vecchio aveva trovato che l’arpione era troppo pesante per lui, e così si scambiarono il posto.
Trasferita in una costellazione, ritroviamo dunque qui la coppia del vecchio e del giovane pescatore in piroga, l’uno efficiente e l’altro inetto.

(Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola)

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Croce-del-sud

Ci imbarcheremo dunque anche noi per questo ardimentoso viaggio lungo il Fiume del Racconto?
Non sappiamo se ne varrà la pena. Per ora, sappiamo soltanto che a poppa, al timone, è bene che sieda Lévi-Strauss, e noi davanti a pagaiare! Sappiamo cioè solo il posto che il Racconto assegna agli ultimi venuti. Il posto, ma anche il ruolo: remare, remare e ancora remare … nell’attesa che le speculazioni del Vecchio Nocchiero ci portino da qualche parte – magari, a incontrare la nostra bella e saggia Assawako o, se proprio ci va male, almeno – che so? – una Circe o una Medea, sull’altra sponda del Fiume.

Potremmo dire le stesse cose dell’altro Timoniere, alla cui sapienza abbiamo affidato la guida della nostra piroga. Sì, potremmo pari pari ripetere le stesse «precauzioni» anche a proposito di Lacan, sperando che, una volta passato lo Stretto delle Simplegadi, ci sia davvero dall’altra parte ancora un vello d’oro da cercare.
Il viaggio è al buio: i due Timonieri si alternano a poppa, correggendo l’uno le «deviazioni dalla rotta» dell’altro, o meglio: l’uno dando un senso più forte alla rotta dell’altro.
Il viaggio è al buio, e a noi che remiamo a prua, al buio niente ci impedisce di immaginare che, quale dei due sia di volta in volta la Guida, è nell’aldilà di uno Stesso Misterioso Reame che essi ci conducono.Vector illustration of Cute cartoon manatee

Sarà il Paese del (vello d’oro) inconscio, fatto di tutti i desideri umani, o quello del Mito «originario» che in sé racchiude implicitamente tutte le vie praticabili lungo il Fiume a valle di una stessa struttura libidinosa della Parola (troppo libidinosa per non essere, insieme, anche ludica) – sarà l’uno e/o l’altro, per noi, rematori di primo pelo, non fa differenza.
Perché, per noi, se c’è posto nella piroga, non può essere che nello scarto differenziale tra la «rotta» tracciata dall’uno e dall’altro Timoniere – e tanto più se l’uno e l’altro, ciascuno a modo suo, dicono di guidarci alla Fonte della Stregoneria «narrativa», alla Struttura Primitiva della nostra mente al di là dei due linguaggi: immaginario e simbolico.

Lo so, è un viaggio assai complicato, e data la nostra modesta esperienza di naviganti, rischiamo di perderci a ogni insenatura del Fiume.
È un viaggio talmente complicato che, per es., quando sentiamo Lévi-Strauss insistere su questa strana «inversione» (tra chi siede a prua e a poppa della Nave), ci torna subito alla mente l’altrettanto stramba notizia che Platone ci dà nel Politico, là dove afferma che Circe ed Eeta, l’est e l’ovest (delle mappe) del mondo, erano una volta in posizione inversa a quella attuale.
Tanto, ma davvero tanto tempo fa – noi allora non c’eravamo, ma la Nave era già in viaggio, e il Racconto aveva già battuto chissà quante volte avanti e indietro la «strada liquida» delle sue lingue, prima che fossimo imbarcati pure noi nella sua Trama.
A noi – in quanto ultimi a salire a bordo della Piroga – non è dato che remare. Almeno fino a quando il Timoniere non sarà così stanco e vecchio da passarci la mano. Da passarci, cioè, il testimone della sua domanda: a nome e per conto di chi stiamo qui a remare?

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