La chiamata


 

 
 
 

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Ci sono mattine in cui mi sveglio serena.

Il piumone è ancora morbido e caldo abbastanza da farmi sentire al sicuro, coccolata e avvolta in una vita meravigliosa, tutta mia.

Gli impegni della giornata iniziano alle 13, così ho tempo per fare una doccia con calma, prendere il caffè, scrivere due righe su quello che penso della vita.

Il viaggio per tornare a casa dai miei tra qualche giorno, rivedere un amico che vive lontano, incontrare le persone della mia infanzia.

Ci sono mattine in cui la vita si mostra comoda, tranquilla, senza pretese.

Ed è lieve e rassicurante viverla.

In queste mattine quella sensazione tace. Quella nello stomaco, che ha iniziato ad urlare da quando sono tornata dal Cammino di Santiago.

Ci sono mattine in cui, si, anche io penso che forse posso vivere una vita normale. Magari riaprirmi alla possibilità di condividere la mia esistenza con l’uomo della mia vita. Fare dei bambini. Rimanere avvolta nella serena sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, al momento giusto. Magari anche avviare qualche progetto importante come psicoterapeuta, o come illustratrice, o tutte e due le cose.

Si. Ci sono le mattine così, nella mia vita. Ma poi ce ne sono tante altre.

Quelle in cui mi sveglio e mi chiedo che diavolo sto facendo.

Quelle in cui l’angoscia esistenziale mi tormenta: “ma che fai? Perché sei ferma? Perché sei qui, in questa casa? Perché non vai? Il mondo è immenso! Il mondo è grandissimo! Sai quante possibilità di vita ci sono oltre quella che stai vivendo tu? Sai quante possibilità di essere chi sei? Perché sei qui? Che diavolo stai facendo?”.

Io non voglio cedere all’inquietudine.

Non è nell’inquietudine che prenderò le mie decisioni.

Questo lo so. Questo l’ho imparato.

Ma ho anche imparato che le sensazioni scomode, quelle che ti danno fastidio, quelle che ti costringono ad uscire di casa e a camminare per calmarti, quelle che si infiammano quando sentono parlare i viaggiatori che non hanno paura di perdersi nel mondo, non sono sensazioni da zittire.

Non servono tranquillanti o terapie” dice Battiato “Ci vuole un’altra vita”.

Un’altra vita…

E se non fosse una follia, una fuga, una cosa da aggiustare, sistemare, riadattare, ridimensionare?

Se fosse, invece, qualcosa di molto più serio, più importante, più sensato. Se fosse in un qualche strano modo (un modo che non ho ancora ben capito, che non so ancora ben interpretare e che forse non va affatto interpretato) una chiamata?

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