Il cammino di Santiago


 

 
 
 

Un viaggio unico, difficile da capire per chi non lo ha provato. Va al di là di un pellegrinaggio di fedeli verso un luogo sacro, al di là di una semplice camminata per più giorni.

Chi percorre il cammino, che lo percorra tutto o solo in parte, ha la possibilità di fare un’esperienza unica .

È un viaggio alla scoperta dei propri limiti fisici e mentali. I piedi e le gambe distrutte, la sveglie presto prima del sorgere del sole, la convivenza negli ostelli con altre persone sconosciute. Immersi nella natura, nell’umanità delle persone si ha davvero la possibilità di sfidarsi per provare a superare, e non solo scoprire, i nostri limiti.

Il mio cammino ha avuto inizio da Sarria per percorrere gli ultimi 115km che da lì, attraverso diverse tappe, portano a Santiago de Compostela.

– Da Sarria a Portomarin (23km)

– Da Porto Marin a Palas De Rei (25km)

– Da Palas De Rei a Arzua (30km)

– Da Arzua a O’Pedrouzo (19km)

– Da O’Pedrouzo a Santiago (20km)

La partenza è sempre spaesante, hai tante idee su come sarà, hai preparato lo zaino minuziosamente e anche mentalmente te stesso. Hai letto molte esperienze su internet, parlato con persone che l’hanno già fatto. Ti sei spaventato nel vedere il racconto di vesciche sanguinolente sui piedi, di dolore alle gambe e hai preparato anche un kit di cerotti e medicine varie. Ma in fondo non sai niente. Sai solo che dormirai in ostelli che troverai sul cammino, che seguirai delle conchiglie, che camminerai tantissimo.

Poi arrivi all’inizio del cammino e già capisci di non sapere tutto. Subito conosci altri pellegrini che come te sono spaesati e fai amicizia. E così inizia il tuo viaggio.

Ogni giorno la nostra sveglia suonava alle 5 del mattino. Ci avevano consigliato così per evitare le ore calde della giornata essendo agosto. La realtà è che fu un’estate strana e forse patimmo di più il freddo (e a volte la pioggia) che il caldo, ma la nostra sveglia suonava lo stesso alle 5, come a voler mantenere la tradizione.

Buio totale nelle camerate; raccattare tutte le cose cercando di non dimenticare niente; vestirsi con le torce tra i denti cercando di fare il minor rumore possibile tra risate e “ahia” per aver sbattuto contro qualcosa. Recuperare le scarpe al gelo mattutino e finalmente si parte.

La colazione ogni tanto la si faceva in ostello o in qualche bar già aperto, oppure già in cammino con biscotti comprati il giorno prima.

Il buio lì è buio vero. Buio totale perché sei in mezzo al nulla. Se sei il primo della fila (o il primo apparente perché altri sicuramente son già partiti) c’è solo la tua torcia a indicarti il percorso e a illuminarti le conchiglie.

Poi arrivano le prime luci dell’alba, tu hai già camminato da quasi un’oretta e il mondo si sveglia in quel momento. Le ombre si allungano e il sole, facendo capolinea da dietro l’orizzonte, rende visibile la leggera nebbiolina mattutina.

Non resta che camminare facendo ogni sosta in qualche bar sulla strada.

20, 24, 30 km al giorno. I primi 15 vanno tranquilli poi iniziano i dolori, forse non subito il primo giorno, ma già dal secondo sicuro.

E quello che leggevi e non credevi (“ma cosa vuoi che siano 25km? Secondo me sono esagerati o fuori allenamento” dicevi mentre eri a casa) si avvera. Iniziano i dolori, le prime vesciche da scoppiare con l’ago sterilizzato con l’accendino. Inizi anche a camminare per inerzia, trascinandoti a stento sotto il peso dello zaino che si fa sentire sulle spalle. Fanno più male le gambe o la schiena?

Ricordo ancora la gioia di quando vedemmo il cartello “Arzua”, la nostra meta più lontana (30km), esattamente a metà dei nostri giorni di cammino. Pensammo di essere arrivati, tirammo un sospiro di sollievo. Se non che scoprimmo poco dopo (grazie a Google Maps, lo ammetto) che l’ostello era ancora a 1,5km. Vi posso giurare che dopo aver percorso 30km, dopo aver camminato per 5-6 ore, anche poche centinaia di metri possono sembrare infiniti.

Finalmente arrivi, togli gli scarponi e ti lanci sul letto. La sensazione delle gambe che si rilassano è unica.

Dopo un pranzo rinvigorente, ti ritrovi a passeggiare trascinandoti con sandali e calzini per le vie del paese. Sei stanco, ma il giorno dopo ripartirai presto e hai solo quel pomeriggio per curiosare per il paesino.

Ecco un esempio delle “bellissime” calzatura da me indossate

E la mattina dopo si riparte, dopo una notte forse rigenerante (se non incontri russatori simil trattori che ti impediscono di dormire; vi posso giurare anche in questo caso che una notte un signore russava così forte che lo sentivano dalla camerata di fianco, figuratevi noi).

Le persone che incontri lungo il cammino sono tante, sia di nazionalità diversa sia della tua stessa. Ricordo ancora degli italiani che si divertivano a salutare i cani urlando “Hola Perro!” o di un signore molto povero che viveva sul percorso del cammino e lo aveva già fatto centinaia di volte. Ci raccontò che il cammino di notte è qualcosa di magico, con poche persone in giro e stellate meravigliose.

Ricordo anche degli americani (una coppia e una signora più in là con l’età) che facevano il cammino per vera fede e alla sera leggevano parti della Bibbia insieme.

Ogni persona che incontri, un po’ come in montagna, la saluti e le auguri “buon camino” oppure scambi la formula “ultreya” “suseya” (dal latino “sempre più avanti” e “sempre più in alto”).

Compagne di viaggio particolari

E alla fine ce la fai.

Arriva l’ultimo giorno di cammino, sai che ormai sei praticamente giunto a destinazione.

Ogni cosa intorno a te dice che manca poco.

Arrivi a Monte do Gozo, una collina sopra Santiago da cui si possono vedere per la prima volta le guglie della cattedrale, e senti già l’aria di festa.

Manca pochissimo. Raggiungi la scritta di ingresso della città e non puoi fare a meno di sorridere, di essere felice.

Foto a tradimento durante un momento di felicità nel vedere la scritta di Santiago

Sempre meno. L’ultimo km per le vie della città. Ogni tanto riesci a vedere un piccolo scorcio della cattedrale tra i palazzi della città ed è sempre più vicina.

Il dolore non lo senti più, diventa una corsa adrenalinica per arrivare, per poter dire “ce l’ho fatta”. E così è.

Giri l’angolo e arrivi. Vedi la piazza, la cattedrale e, come tradizione, ti butti per terra insieme a tutti gli altri pellegrini arrivati. Ti togli le scarpe e ti sdrai. Guardi il cielo e sorridi.

Una me scalza super felice di essere arrivata

E a quel punto camminare non ti pesa più. Giri per la città curiosa mescolandoti ai turisti e agli abitanti. Vai a ritirare l’attestato mostrando fiera i timbri che dimostrano il tuo passaggio per gli ostelli e prendi la compostela che sfoggi al collo o allo zaino.

E poi si torna a casa (noi abbiamo fatto prima tappa a Finisterre, un posto unico ma che va al di là del mio cammino e che magari racconterò in un altro breve articolo più avanti).

Arrivata a casa, dopo una doccia disinfettante e disincrostante (finalmente nel tuo bagno e non in uno condiviso con altre trenta persone), non ti resta che svuotare lo zaino. Togli ogni oggetto e vestito quasi con reverenza perché sono stati anche loro tuoi compagni di viaggio in fondo.

Rimpiangi quelli persi (RIP caricatore del cellulare e reggiseno), dimenticati in qualche ostello e ora in una cassetta degli oggetti smarriti.

Dai una spolverata allo zaino e lo metti nell’armadio. Con un ultimo sguardo chiudi le ante sapendo che presto verranno riaperte.

Perché sai che in fondo lo zaino, per quanto abbia fatto soffrire le tue spalle, sarà il tuo nuovo compagno di viaggio perché quando inizi a fare viaggi del genere non ne puoi più fare a meno.

Buen camino!

Steph4

P.S.: se avete curiosità o volete chiedere dettagli tecnici qui omessi per dare spazio più all’esperienza e alle emozioni, non esitate a chiedere lasciando un commento o con un messaggio privato dalla sezione contatti.

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