Dall’altra parte del mare


 

 
 
 

Non c’è niente da fare, da quando ho conosciuto questa storia non riesco a smettere di pensarci. Non riesco a smettere, soprattutto mentre allatto mia figlia, e qualcosa mi si contorce nelle viscere.

C’era una ragazza, che mentre era incinta si è messa in viaggio. Portava se stessa e il suo piccolo non ancora nato lontano dalla sua terra d’origine e più vicino a quella che lei vedeva come la speranza di una vita nuova. Chi non lo farebbe? Se sapessi che il destino di mia figlia sarebbe la guerra, la povertà assoluta, la fame, io scapperei. Non a cuore leggero. Con i piedi pesanti correrei via dalla terra che mi ha vista nascere e crescere, l’unica che amerei sempre, solo per poter dare un futuro migliore a mia figlia.

Questa ragazza si è messa in viaggio per lo stesso motivo, ma qualcosa è andato storto.

Il tragitto era diverso da come se lo era immaginato. Era lungo, difficile, disumano. Ma per quella vita la ragazza si è fatta forza e non ha mollato. Ha resistito con tutte le sue forze, anche fisicamente, per non lasciarsi andare. Ma poi è arrivata in Libia e lì è stata portata in un centro di detenzione.

Lei, col suo pancione, è stata trascinata in un tugurio, una vera buca dove non entrava nemmeno la luce. È stata torturata, violentata. Ha messo al mondo, da sola, il suo piccolino, che non ha mai visto la luce del sole. E poi quel bambino le è morto tra le braccia, perché in quel “centro” non le veniva dato abbastanza cibo, e la denutrizione della mamma è diventata mancanza di latte per il figlio. Non aveva latte per nutrire il suo bambino, che è morto di fame.

Ora io, che ho una figlia sana e paffuta, che ciuccia forte 6-7 volte al giorno e ha tutto quello che le serve, mi sento male. Perché immagino la frustrazione e il dolore immenso di chi ha sacrificato tutto per quell’esserino che stringe tra le braccia, e che sente indebolirsi di giorno in giorno. Immagino il pianto di quel bambino, pianto di chi ha fame, sempre più disperato, sempre più debole e stremato. Immagino i tentativi di quella ragazza di attaccarlo, di dargli qualcosa che non c’era. Immagino lo strazio più assoluto e totale vissuto in quella buca buia, dove si è perso ogni barlume di umanità. Una mamma che vede morire lentamente suo figlio, quando tutto ciò sarebbe evitabile nel più semplice dei modi: mangiando qualcosa. Una madre che deve arrendersi. Non posso immaginarla, no. In questo mondo bambini appena nati, amati e desiderati come milioni di altri, muoiono per disumanità.

Possiamo ancora pensare di dividerci in “buonisti” e “cattivisti”? Io, che sono laureata in filosofia, disprezzo queste categorie e non le ritengo nemmeno degne di questo nome.

C’è solo quella ragazza, che ha vissuto la mia stessa esperienza come milioni di altre donne. Ha dato la vita, ma ha incontrato la morte, solo perché ha avuto il destino di vivere… Dall’altra parte del mare.

Questa storia l’ho sentita tra due virgole al telegiornale, perché la donna, di cui non conosco nemmeno il nome, era una tra le sventurate che si sono trovate sulla nave Diciotti, e sono state ostaggio di quel mare maligno per giorni a causa di gente che non guarda in faccia a nessuno per ottenere potere e consensi. Due virgole. Una frase per dire che sulla barca c’era anche lei, e poi avanti col servizio sull’ultimo calciatore strapagato o sulla nuova tendenza dello shopping online. Quella frase per me è stata una vera pugnalata.

Avrei voluto poter dare un nome a quella ragazza. L’avrebbe resa più umana, più vicina. Avrei voluto abbracciarla. Chiederle scusa, in qualche modo.

I meccanismi di questo mondo sembrano schiacciarci, ma noi possiamo fare ancora qualcosa. Possiamo fare esercizio di umanità.

Fermiamoci un attimo. Pensiamo. Proviamo a calarci nei panni degli altri.

Ne abbiamo un disperato bisogno perché storie del genere non accadano più.

 

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