Artena


 

 
 
 

Non voglio fare la cronaca. Il mio soggiorno ad Artena è stato troppo breve e troppo particolare per permettermi di avere un’idea di cosa possa essere la vita ad Artena. Posso dire solo quello che ho visto.  Ho visto un albero di Natale disegnato con le luci sopra la montagna, ed ho immaginato degli abitanti arrampicarsi su per la roccia per fissare il filo di luci. Ho visto le luci e gli addobbi fuori dalle porte delle case che si affacciano sulle vie, tutte luci diverse, colorate o meno, semplici  accompagnate da aghi di pino e fiocchi rossi, ed ho immaginato la notte di Natale in quelle case, i bambini che si alzano la mattina per trovare i regali sotto l’albero, il caldo di un camino con il fuoco acceso, il Cenone della Vigilia ed il pranzo di Natale con tutti i parenti. Ho visto le stradine deserte in cui passeggia solo qualche cagnolino, perché fa troppo freddo, ed ho immaginato i piccoli tetti che sporgono senza simmetria dai muri ricoperti di neve, non tanta però, appena un soffice strato bianco e sottile.

Ho visto tante piazzette  e nessuna piazza principale, nessun centro vero e proprio, ed ho immaginato di muovermi tra quei vicoli che finiscono senza preavviso in una porta di qualche casa  e di sapere dove andare, che strada prendere. Ho visto la chiesa più grande, sul punto più alto del paese, ed ho immaginato le sua scale quando sono affollate in una domenica soleggiata. Ho visto i fuochi d’artificio scoppiare su tutta la valle ed ho immaginato di svegliarmi tutte le mattine ed addormentarmi tutte le sere dominando la valle dalla finestra.  Ho visto le strade e le luci di tutta la valle e i monti dall’altro lato, ed ho immaginato quando invece c’era solo Artena e qualche paese lontano lontano, arroccato su un altro monte. Ho visto le rocce spuntare in mezzo alla strada, accanto alle case, ed ho immaginato quando queste case sono state costruite, aggiunte una accanto all’altra, vicolo dopo vicolo, senza ordine né pianificazione, a seguire le curve della montagna.

Ho visto la targa per chi negli anni ’40 ha combattuto e ha perso la vita per liberare queste terre, e mi sono stati fatti vedere i nomi di tanti stranieri, ed ho immaginato le persone, i singoli individui e i rapporti che si potevano essere creati con gli abitanti del luogo, e le scelte che potevano essere state fatte. Ho sentito i passi risuonare nelle vie ed ho immaginato i suoni della vita quotidiana animare il paese.  Ho visto un paesino chiuso in se stesso, immobile, staccato dal resto del mondo, isolato dalle sue salite e dalle stradine strette, dai gradini e dal muschio che cresce tra le pietre del pavimento, ed ho immaginato la rete di fili invisibili che lega gli abitanti tra loro e al loro paese, ho immaginato la loro gelosia e la voglia di proteggere il loro posto, le loro abitudini, la loro tranquillità. Ho visto, ed ho immaginato. Ma non la conosco, Artena.

 

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